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L'albero della vitaRacconto breve inedito

narrativa racconto

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Questa discussione ha avuto 9 risposte

#1
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Spero questo sia lo spazio adatto. Vorrei pubblicare un racconto breve incompiuto e quindi inedito, sul quale mi sono impantanato ormai da troppo tempo, nella speranza che i vostri eventuali feedback mi spronino a proseguire. Ci tengo a precisare che questa iniziativa non ha alcuno scopo commerciale o fini di lucro, ma nasce semplicemente da un bisogno di condivisione di qualcosa che è ormai nel cassetto da troppo tempo e vorrei che prima della mia dipartita vedesse la luce. Ho deciso che, se dovesse interessare a qualcuno, continuerò a pubblicare una parte del racconto a cadenza settimanale, altrimenti non vi disturberò oltre (sono ben accetti consigli e pareri vari). Bando alle chiacchiere, vi presento la prima parte della mia piccola ed insignificante opera. Buona lettura.

 

 

 

 

 

 

 

L'ALBERO DELLA VITA

 

PROLOGO

 

Lui e Lei vagavano soli e nulla era intorno.

Poi si incontrarono e dalla loro unione scaturì luce. Dove era buio, la vita propagò e si diramò in ogni dove, riempiendo il vuoto. E fu il Principio.

Infinite stelle di infiniti universi iniziarono ad essere, perché in ognuna di esse ardeva lo splendore degli amanti.

Ma al Principio si creò un'assenza, poiché loro erano sempre e ovunque, seppur ora frammentati dappertutto e quindi non più al Principio.

Così ebbe inizio la Storia: una perpetua catena di eventi, nata dalla loro diramazione nell'esistenza affinché si ritrovassero, per far ritorno al Principio e ricongiungersi in eterno, procreando l'esistenza stessa.

In ogni mondo dove è arrivata o deve arrivare la vita, i due si cercano dall'inizio del tempo attraverso lo spazio. Perché lo spazio e il tempo null'altro sono che ciò che l'unione tra i due ha creato, l'essenza che ne rappresenta la sostanza e ne determina la materia, e non può essere altrimenti: l'imprescindibile rampollo necessario a colmare l'assenza.

I tre congiunti -padre, madre e rampollo- costituiscono l'albero della vita, il nucleo minimo intorno al quale e sul medesimo modello si sviluppa ogni altro sistema.

 

 

 

 

"Più rapido del tempo, più grande dello spazio. Il pensiero trascende le dimensioni. Oscilla tra il desiderio e la coscienza. Esso è a prescindere, eppure esige sostanza. Legittimato dalla struttura, è vincolato ad essa ed essa soltanto. Non più superiore, bensì obbligato ad un'unica via possibile.

 

Così l'eroe dona forma al pensiero, che fu prima di lui e sarà dopo. Lo incatena in sé. Una memoria sopita dà eco della sua eternità. Ma ciò lo spaventa, reso misero e fragile. Ché, anche non lo sapesse, sente di non poter nulla e la sua esistenza null'altro è che un pigmento d'un arazzo incompleto, impossibile da ammirare nella sua interezza o comprendere."

 

 

 

 

 

Capitolo I.

 

Ed è allora che una barca emerge dalla nebbia, spinta a riva dalla corrente. Un giovane uomo giace nudo al suo interno, sopito.

[…]


Modificata da None, 17 December 2018 - 01:50 PM.


#2
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Come promesso, dal momento che non ho ricevuto alcuna risposta, a breve cancellerò la discussione. So di aver scelto lo spazio meno adatto e mi scuso per tale ragione, ci tengo a specificare che questo rappresenta il mio primo ed ultimo esperimento del genere. Volevo vedere se un racconto di nicchia potesse avere una qualche presa sull'utente medio, direi che il popolo (non) si è espresso. Prima di tutto ciò voglio comunque condividere con voi il primo vero e proprio capitolo, per darvi quantomeno un'idea dei toni del racconto, visto che dal prologo si evince poco o nulla.

Buona ultima lettura.

 

 

 

 

Capitolo I.

 

Ed è allora che una barca emerge dalla nebbia, cullata a riva dalla corrente. Un giovane uomo giace nudo al suo interno, sopito. La bruma si dirada ai primi raggi del timido giorno che emerge dal mare. Lo scudiero attende ansioso sulla riva. Si dondola impaziente accanto al falò. Le membra tremano, non solo per il freddo. Di tanto in tanto beve per trovare conforto. È una pallida mattina d'inverno, il sole ancora basso crea uno specchio di luce sulla piccola baia rocciosa. Una gelida pioggerellina fende l'aria e brucia la pelle, ma non basta a spegnere il focolare che continua nel suo trepido crepitio. Così il mondo, dormiente, accoglie il suo eroe.

 

Lo scudiero di tanto in tanto getta uno sguardo impaurito all'orizzonte. Come vede l'approssimarsi dell'imbarcazione, si libera della bisaccia e s'alza rapido per avvicinarsi alla riva. La trascina sulla sabbia asciutta e tira fuori il corpo dell'eroe poggiandolo in terra. Si piega in ginocchio su di esso. Lo fissa per qualche istante e porta una mano a coprirsi il volto singhiozzando. Lo bacia sulla fronte, un rivolo di saliva che gli pende dalle labbra vi resta attaccato.

"Perdonatemi, ve ne prego!"

Serra le palpebre per superare l'esitazione e lo pugnala. Più volte.

"Spero capirete, se ne avrete il tempo."

Lo scudiero così fugge, abbandonando l'eroe al suo destino.

 

L'eroe giace inerte. Non ricorda nulla oltre quella baia, o non lo sa. Ma il dolore è reale. Questo mondo lo ferisce, non lo vuole. Eppure una voce lo reclama: "Svegliati!".

Impaurito, schiude leggermente gli occhi. La luce lo pervade. Nel centro, una donna lo guarda con affetto. Estasi d'eteree visioni, poiché ella è il motivo stesso della vita. Fin'ora cieco, adesso vede con chiarezza. Se noi ce ne andiamo, tale splendore non cesserà confortandoci nella fine. Senza proferir parola comunica con lui e il suo timbro è soave.

"Mio eroe, svegliati. Una missione ti attende. Ma non temere, io sarò con te."

Lei sorride. Empie di gioia tutt'intorno, scacciando anche il più oscuro timore. L'eroe strizza gli occhi incredulo e come li riapre la dama è sparita. Si cerca disperatamente attorno, non scorgendo altro che sabbia, mare, rocce...quella spoglia baia.

"Mio eroe." Egli invano osserva il cielo. Un gabbiano gli sorvola il capo.

"Anche se non potrai vedermi, ti accompagnerò in ogni momento. Condividerai parte della mia conoscienza."

Si addormenta esausto e cala nuovamente il buio.

 

Un tocco delicato lo scalda nel sonno, lo impreziosisce. Ed esso gli dona la forza e il coraggio per compiere i primi dolorosi gesti. Le lesioni in parte sono rimarginate, sebbene perda ancora del sangue. Cosciente del rattristarsi alla tetra visione, apre nuovamente gli occhi. Eppure, sarà per la magnifica memoria, ora è incantato dal quel minuscolo scorcio di mondo.

"Raggiungi il focolare e disinfetta le ferite. Nella tenda troverai il necessario per medicarti. Raccolto l'occorrente, lesto incamminati."

La sabbia ruvida penetra i tagli nella carne, l'aria gelida punge la pelle come aghi ardenti, ma l'eroe strisciando raggiunge il falò. La baia rieccheggia di gemiti quando preme un tizzone incandescente sul busto coperto di pugnalate. Con mani tremanti fascia le ferite, prima di lasciarsi andare sfinito su una catasta di ceppi. Riprende fiato per qualche breve istante.

Un paio di stracci sono sufficienti a riparare l'esile corpo ma non a scaldarlo, eppure l'eroe vestito e medicato deve riprendere svelto i preparitivi. Trascina la pesante cassa di legno fuori dalla tenda e con affanno indossa la spessa corazza metallica. Stringe le cinghie di cuoio per saldarne ogni parte riducendo la circolazione, abbassa la visiera dell'elmo coprendo la visuale, affannando il respiro, col braccio sinistro impugna il pesante scudo a goccia ché nessuno l'aiuterà a portarlo. Infine alza la spada sopra il capo per osservarne il luccicante riflesso. Prima di riporre l'arma si specchia un momento sulla lama, scorgendo solamente un'anonima figura.

Non che vi sia strumento alcuno, umano o non, che assista ad affrontar la sorte, ma l'eroe si sente più sicuro e, raccolte le provviste in una piccola sacca a tracolla che altro non può trasportare, s'incammina, sparendo nella fitta selva oltre la baia.



#3
SATŌ

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#4
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Ti ringrazio per il consiglio, ma non credo proseguirò nel tentativo di pubblicare su internet, è stato in ogni caso divertente. Rimuoverò la discussione come promesso allo scadere della settimana, ovvero lunedì prossimo. Voglio comunque concludere questo piccolo ed incompleto ciclo presentandovi il secondo capitolo, quello a cui sono più affezionato. Ultima premessa: il lavoro è ovviamente un work in progress, ma la storia tra svariati appunti già esiste, molti capitoli ci sono ed il finale è già scritto. Questo vuol dire semplicemente che è e sarà soggetto a continue modifiche, ma non strutturali.

Buona -stavolta davvero- ultima lettura.

 

 

 

II.

 

"Non lasciarti ingannare dalla sua grazia, la natura s'è fatta violenta. Le piante hanno rafforzato i legami con la terra attraverso le ere, tenteranno di ferirti se avvertiranno l'intrusione. Temile e rispettane l'autorità. Non abbandonare la via per alcuna ragione."

 

L'eroe osserva il giorno perdersi tra le alte fronde della flora profonda. È arduo distinguere le forme in quella spessa coltre vegetale ed egli fatica a mantenere il sentiero poco battuto. Prosegue a testa bassa per non smarrire quella sottile striscia di terra che rappresenta il percorso. La superficie del tronco pare freddarsi e irrigidire al tocco, il terreno vibrare al passaggio, le radici ritrarsi, come la selva reagisse tenue al suo andamento, come lo osservasse, lo studiasse. Sfugge la cognizione del tempo in assenza di sole a scandirne il passaggio. Così l'eroe non sa quanto stia camminando o quanto resti prima che possa ammirare nuovamente il cielo, ma ne avverte l'opprimente mancanza. Non capendo quando debba mangiare, bere, riposare, s'affida all'istinto ristorandosi meno del dovuto. Le provviste scarseggiano e le ferite pesano più del metallo. Ma egli è indomito. Si districa con le braccia ben alte tra i rami degli arbusti più bassi, scavalca le spesse radici degli alberi più anziani, scansa i folti cespugli per seguire il tracciato, tutto senza mai sguainare l'arma ed onorare le parole della dama. E ancora e ancora...

Poi un suono cattura la sua attenzione. Diverso dal freddo cigolio metallico, dallo scricchiolare delle sterpaglie durante il cammino. Un timbro stridulo ch'egli non distingue e stona con l'ambiente. È distante e non riesce a scorgerne la fonte, ma continuando a tenere la via lo sente avvicinare. Poi niente più. Si guarda intorno smarrito. Nel buio una flebile scintilla. L'eroe non può trattenersi dal seguire incantato quel ricordo di luce.

Appare ad intermittenza, costringendolo di volta in volta a fermarsi e osservare l'ambiente, aspettando che gli indichi la direzione. Dimentico d'ogni prudenza continua ad inseguire un barlume attraverso le ombre, spingendosi sempre più lontano dal percorso. Ad un tratto cessa di riapparire, lasciandolo sgomento. Attende, ma niente. Conta un minuto, poi un altro. Cerca con lo sguardo in ogni direzione, ogni anfratto. Sente la gravità del suo errore mozzargli il fiato. La foresta comincia a ruotargli attorno, le gambe vacillano. S'appoggia ad un tronco ansimante. Alza gli occhi per qualche secondo aspettandosi una risposta, un cenno d'aiuto. Il silenzio lo abbandona alle sue colpe. Si lascia cadere sulle ginocchia chinando il capo. Toglie l'elmo per rifiatare, l'aria è brace ardente nei polmoni. La sacca delle provviste è ormai vuota come pure la bisaccia dell'acqua, se ne sbarazza per alleggerire il carico. La via è smarrita. Pianta le mani al suolo per non finire supino, ché sa che quelle membra malnutrite non avrebbero forza di rialzarsi. Pensa alla minuscola figura rannicchiata come in servile preghiera e ne ha pena. È mortificato per aver deluso la dama. Stringe le palpebre, ma non serve a trattenere il pianto. Eppure mentre osserva la lacrima dal suo occhio cadere e bagnare un granello di terra, ora che è al di sotto delle piante, ora che è più vicino, scorge nuovamente una piccola luce, proprio accanto a quel granello inumidito. Avventa la mano sulla flebile speranza, ma gli spessi guanti gli permettono giusto un goffo risultato. Come un artiglio afferra tutto il lembo intorno ed avvicinando il palmo al viso tenta di scovare il luccichio. Con l'indice toglie con cura la terra in eccesso. Poi la vede e la afferra tra la punta delle dita, portandola davanti agli occhi per ammirarne la grazia. Una pietruzza levigata che seppur poco più grande d'un acino d'uva brilla nell'oscurità. Tant'è la gioia che l'eroe lieto sorride. Tant'è l'eccitazione ch'egli trema. Così perde la presa smarrendo quell'unica speme. Tasta in cerca il terreno con foga, quando poco più in là intravede un bagliore e avanti ancora un altro. Una sottile scia luminescente gli si para dinanzi. Avanzando carponi la tiene sotto di sé, sbarra lo sguardo per non perderne traccia. Poi dal buio emerge una figura. Sente un caldo respiro sulla nuca, finalmente riconosce quel rumore. Il cavallo emette un borbottante nitrito richiamando l'attenzione dell'eroe. Dapprima intimorito, alza il busto e gli getta le braccia attorno al muso. Poggia la fronte sulle narici del destriero e ride.

Giusto un attimo e il destriero lo distoglie dalla fugace quiete. Si scrolla di dosso l'abbraccio sgraziato scostando il muso e solo allora l'eroe si rende conto dei minuscoli bagliori che lo hanno guidato nelle tenebre, vedendoli scivolare dagli occhi dell'equino e cadendo trasformarsi in quei magnifici minerali, come fredda empatia dell'essere. Il destriero si volta lentamente, ma resta con lo sguardo su di esso. Allora l'eroe s'alza da terra con tremenda fatica appendendosi alle briglie e s'incammina tenendoglisi dietro. Non ha idea di dove lo stia conducendo eppure non ha scelta che seguirlo. Con un leggero nitrito ed un cenno del muso il cavallo indica un punto nell'ombra.

Così, avvicinandosi, egli intravede dei lineamenti che vagamente gli ricordano la sua umanità. Intrappolata tra i rovi, sospesa dai rami, come appesa ad un'arborea croce. Le liane la cingono e la penetrano, rendendo inutile distinguere dove finisca l'individuo e cominci la natura, un tutt'uno con la selva. Il capo chino, troppo stremato per ergersi ancora. Eppure i fiori cresciuti su di esso e la sua totale inerzia gli conferiscono un'aura serena, come il più dolce ristoro.

L'eroe lo osserva dal basso, chiedendosi chi sia o cosa abbia fatto per meritare tale fine. Sfilando il guanto poiché vuole sfiorare il calore d'un corpo, tende la nuda mano verso l'alto, dove forse una volta si trovava il busto dell'uomo e con la punta delle dita lo carezza lievemente, ché mai vorrebbe turbare tale beatitudine.

"Oh, siete voi." Senza alzar lo sguardo od aprir palpebre, in fil di voce lo scudiero si rivolge nuovamente all'eroe che abbandonò.

"Invocai il perdono quando pazzo fuggii, ma non servì a nulla. Nulla serve a nulla." Non intende alzare il tono, non ha premura ch'egli ascolti le sue parole, pure fossero le ultime.

"Anch'io la vidi e fu la rovina, poiché mai più avrei amato la vita. Ché mai ci fu o sarà ancora tale bellezza."

Recita con apatia la sua estrema preghiera.

"Perdonami, o dama, mentre ti maledico anche in nome del mio più caro ma anonimo amico che lasciai nel momento del bisogno. Ché, come m'apparisti, intuivo mi toglievi ogni grazia."

Contraendo ogni muscolo del viso riesce a schiuder appena gli occhi a sottile fessura.

"Anche in assenza di luce, splendete, mio eroe. Non vi biasimo, condividiamo lo stesso effimero destino, dopotutto. C'è stata mostrata la vita, ma c'è promessa la morte. Una missione impossibile, per una frivolezza."

L'eroe ricambia quell'accenno di sguardo con estrema ammirazione e raccolti tra le mani i piedi penzolanti dello scudiero vi poggia le labbra ormai secche. E lo pugnala, più volte, con la stessa lama che lo trafisse.

"Le mie pene giungono al termine, mi auguro le vostre facciano lo stesso."

Lo scudiero con un ultimo sforzo alza il capo, che inerte ricade all'indietro verso il celato firmamento.

Un ultimo soave sospiro, è più un canto che un triste lamento: "Grazie, mio eroe."

E mentre il sangue gli scorre in viso, l'eroe può osservare la vita scivolar via dai suoi occhi finalmente aperti. E son belli, ora innocenti.

 

L'eroe riprende il viaggio in sella al destriero che lentamente lo riconduce per la retta via. Se lo sprona, lui nitrisce e s'impunta restando al suo passo, come già sapesse il giusto modo d'uscir da quel groviglio. Ma è stanco e privo di provviste da troppo tempo, a breve morirà di stenti. Eppure sa d'aver perso molto più in quella selva. Ha salutato per l'ultima volta il suo unico compagno e, con ogni probabilità, il cammino non gliene concederà un altro. Poco a poco gli s'accascia sfinito sulla groppa. E fu di nuovo il buio.



#5
LoSvizzeroVolante

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Ciao, mi sembra scritto in maniera inutilmente pomposa

La prosa è pedissequa e sinceramente non si capisce niente della storia, sembra scritto più per te stesso

Mi ha annoiato già dal prologo

Saluti

Modificata da LoSvizzeroVolante, 25 December 2018 - 06:54 PM.


#6
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Svizzero volante ti ringrazierei del commento se fosse stato scritto con maggior impegno. Non posso che non condividere la critica dal momento che è generica e superficiale, risultando piuttosto sterile. In realtà lutilizzo di termini desueti è piuttosto misurato. La scelta di un linguaggio più arcaico è anche dettata dal contesto e da ciò che il racconto vuole essere, ovvero la storia dellessere umano in quanto individuo. Dici che la prosa è pedissequa, ma sostieni allo stesso tempo che io scriva per me stesso (unica cosa su cui ti do ragione, la speranza è che i miei bisogni coincidano con i desideri del pubblico e mai viceversa), il che non ha senso, è semplicemente una contraddizione, credo tu non conosca il significato di pedissequo. Ho postato fino al secondo capitolo perciò è ovvio che non si comprenda molto della trama, ma tutto ciò che accade fino ad allora è piuttosto chiaro, anche perché le azioni vere e proprie sono poche e sono sempre sottolineate da una tenue enfasi. Se ti piacciono le storie che si spiegano da sole, non è pane per i tuoi denti. Spero in futuro di potermi confrontare con lettori più attenti, perché se avessi speso lo stesso impegno che tu hai profuso nel commentare, nemmeno avrei dovuto risponderti.
Comunque, come promesso, sto provvedendo a rimuovere la discussione dal momento che è scaduto il termine. Arrivederci.

Modificata da None, 27 December 2018 - 11:05 AM.


#7
LoSvizzeroVolante

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Ok!

#8
Ovino81

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Ok!

ho fatto bene a non scrivere quello che pensavo. :asd:

#9
Oni-Link

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Svizzero volante ti ringrazierei del commento se fosse stato scritto con maggior impegno. Non posso che non condividere la critica dal momento che è generica e superficiale, risultando piuttosto sterile. In realtà lutilizzo di termini desueti è piuttosto misurato. La scelta di un linguaggio più arcaico è anche dettata dal contesto e da ciò che il racconto vuole essere, ovvero la storia dellessere umano in quanto individuo. Dici che la prosa è pedissequa, ma sostieni allo stesso tempo che io scriva per me stesso (unica cosa su cui ti do ragione, la speranza è che i miei bisogni coincidano con i desideri del pubblico e mai viceversa), il che non ha senso, è semplicemente una contraddizione, credo tu non conosca il significato di pedissequo. Ho postato fino al secondo capitolo perciò è ovvio che non si comprenda molto della trama, ma tutto ciò che accade fino ad allora è piuttosto chiaro, anche perché le azioni vere e proprie sono poche e sono sempre sottolineate da una tenue enfasi. Se ti piacciono le storie che si spiegano da sole, non è pane per i tuoi denti. Spero in futuro di potermi confrontare con lettori più attenti, perché se avessi speso lo stesso impegno che tu hai profuso nel commentare, nemmeno avrei dovuto risponderti.
Comunque, come promesso, sto provvedendo a rimuovere la discussione dal momento che è scaduto il termine. Arrivederci.

 

Secondo me se cerchi un confronto questo atteggiamento spocchioso non ti aiuta. ;)
Nessuno è obbligato a leggere la tua storia, sei tu a dover affascinare il lettore e portarlo ad approfondire. Cavarsela con "Beh siete voi che non capite" lascia un po il tempo che trova.

Anche io ho trovato piuttosto difficile leggere il tuo racconto. Hai uno stile che mi sembra molto artificiale, un modo di narrare che appesantisce la lettura. Sembra che più che sulla storia in sé tu ti sia concentrato su una sorta di esercizio stilistico.

Capisco che tu voglia raccontare qualcosa di profondo e significativo come la storia degli esseri umani, ma questo non legittima automaticamente l'uso di uno stile così pesante. Dovresti riuscire a raccontare qualsiasi cosa anche con uno stile più vicino al lettore, più leggero, che coinvolga e faccia venire voglia di andare avanti.

 

 


Modificata da Oni-Link, 27 December 2018 - 10:22 PM.


#10
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Non ho mai detto beh siete voi che non capite, ma è oggettivo che nel testo siano insite tutte le informazioni necessarie alla comprensione. Mi dispiace se sono sembrato spocchioso, ma il mio risentimento nasce a buona ragione dal tentativo di liquidare con un paio di frasi buttate a caso un lavoro, sminuendolo. Accetto di buon grado critiche come la tua che in parte condivido anche, in quanto nel testo riscontro molti dei limiti che gli imputavi. Comunque ripeto, il linguaggio appesantito, lutilizzo smodato di aggettivi servono a creare unatmosfera opprimente. Il testo vuole essere difficile, ma non per non essere compreso, bensì per spingere ad una forzata scoperta. Il desiderio è ovviamente di far vivere al lettore lo stesso dolore e lo stesso peso di un destino contro cui non si può nulla, propri del protagonista. Leroe va avanti perché deve, senza sentirne realmente lo stimolo. Direi che in parte è riuscito da ciò che mi dite, anche se è stato preso con stizza è già un risultato.
Comunque avevo avviato la procedura per la rimozione del testo tempo fa, ma ancora non è avvenuta. Evidentemente non sono molto pratico, ma vi prometto che provvederò al più presto.

P.S.: Rimango comunque dellidea che non sia necessariamente lautore a doversi avvicinare al pubblico, in questo caso e solo in questo fino ad ora ho sentito il bisogno di prendere una direzione diametralmente opposta. Perché per me non cera altro modo di raccontare questa storia, per far comprendere ciò che avevo in mente avevo bisogno di portare il lettore fuori dai suoi canoni e non è una scelta che rimpiango.

Modificata da None, 28 December 2018 - 10:15 AM.





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