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Warfrane: Risveglio [Racconto]fanfiction e racconti a tema sui giochi

warframe racconti narrativa wattpad fanfiction

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Questa discussione ha avuto 5 risposte

#1
Quinto_Moro

Quinto_Moro
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Sono un appassionato di Warframe ed ho iniziato a scrivere una fanfiction a tema.

Si tratta di un racconto di fantascienza ambientato nello spazio, e tratta delle relazioni e delle decisioni dei vari Warframe nel corso della guerra, le alleanze, i dubbi, i contrasti.
NON è necessario aver giocato per comprendere il racconto
, mi sono limitato a sfruttare i nomi dei personaggi e il mondo di gioco come punto di partenza, ma ho inserito tanti riferimenti per i giocatori di lunga data.
 

La stesura è in corso (non è ancora completo).
Accetto consigli e critiche costruttive, soprattutto da chi non ci ha mai giocato ed è un semplice appassionato di fantascienza, per capire da chi è digiuno degli argomenti e tematiche del gioco se sono riuscito a renderle comprensibili, e se il racconto risulta avvincente.

Riguardo eventuali spoiler: se siete di mastery rank inferiore al 5 potreste incorrere in qualche spoiler sulla trama principale (il mio consiglio è di non superare i miei primi 10 capitoli se non avete giocato la quest "Il secondo sogno")
NON intendo scrivere una sterile versione in prosa di quanto già mostrato del gioco, voglio dare la prevalenza ai personaggi che si muoveranno nel lore senza per questo esserne schiavi.

Fatemi sapere cosa ne pensate, e se trovate altri racconti di Warframe in italiano segnalatemeli, mi farebbe piacere leggerli.

Per chi non lo conoscesse, Warframe è un action rpg, sparatutto in terza persona, ed è un Free-to-Play, forse uno dei pochi free-to-play degni di questo nome, disponibile per PC (anche su Steam), PS4 e Xbox One.

 

 

Più in generale vorrei sapere cosa ne pensate delle fanfiction a tema sui videogiochi, se in generale vi interessano, se vi piace leggere i libri che escono ispirati ai videogiochi (ormai ne esistono su tutti i franchise, Assassin's Creed, Mass Effect, Halo, Resident Evil, ecc.)

 



#2
Quinto_Moro

Quinto_Moro
  • Little Eye Fan

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Il racconto prosegue, oggi è arrivato il decimo capitolo!

Sperando che leggiate numerosi...

 

https://www.wattpad....frame-risveglio

 

La lista capitoli è nella sezione "Sommario"



#3
Quinto_Moro

Quinto_Moro
  • Little Eye Fan

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  • Messaggi: : 37

Voglio pubblicare sul forum questo capitolo, perché capisco che non tutti vogliano iscriversi su Wattpad per leggere un racconto, ma magari questo potrà convincere qualcuno.
Ho scelto questo capitolo perché penso funzioni bene anche da solo, è un po' un episodio singolo all'interno della storia ma anche il climax degli eventi iniziali, e potreste farvi un'idea dello stile di scrittura e se vi piace...

 

Capitolo 8: La battaglia di Ivara

 

Hydroid aveva trascinato via quell’inutile ferraglia del neorisvegliato ed Ivara era rimasta sola. Aveva più volte giurato a se stessa che non si sarebbe più lasciata coinvolgere, ma benché Hydroid l’avesse seguita senza rimpianti nel suo esilio volontario sulle Piane di Eidolon, lontana dagli eterni conflitti tra fazioni e litigi col Clan dei Tenno, lui continuava a coltivare la speranza che a tutto ci fosse una soluzione, e che ogni nuovo risveglio fosse un’opportunità da cogliere. Il fatto che si fossero ritirati, diceva lui, non aveva diminuito la brutalità della guerra, e aveva anzi sottratto un pizzico di quella saggezza che in gruppo deriva dalla discussione su opinioni diverse.
Ivara aveva scelto le Piane perché era chiaro che i Grineer non sarebbero mai riusciti a conquistarle, ed era stranamente rassicurante vivere in un luogo in cui lo stato di assedio, seppur perenne, non poteva migliorare né peggiorare. Fintanto che ci fosse stata la Gran Torre Orokin, il Consigliere Vay Hek e il suo scagnozzo Vor avrebbero sempre cercato di forzare lo scudo e carpire i segreti dell’antica struttura, ma fintanto che il sole sarebbe tramontato sulle Piane i loro sforzi sarebbero rimasti inutili. Nelle ore diurne Ivara si occupava del sabotaggio degli accampamenti Grineer, più per sfizio ed abitudine che per un vero scopo. Era difficile rinunciare al fuoco della battaglia dopo aver passato una vita a combattere. E poi c’erano gli Ostron da difendere, non perché fossero particolarmente simpatici, la loro avidità di contro alla modesta vita da pescatori era un curioso paradosso dell’umanità più antica. La disperata necessità che li rendeva tanto avidi di risorse li obbligava anche a condividerle per sopravvivere. Perciò le piacevano tanto: una comunità isolata nel tempo e nello spazio, che viveva alla  maniera dei secoli passati, da prima della Gran Torre Orokin, della Vecchia Guerra e di tutte le meraviglie tecnologiche che avevano finito per gettare il Sistema Solare nel caos. Gli Ostron erano rimasti sulla Terra, non erano mai stati su un’astronave né su altri pianeti, e i pochi che ci avevano provato non erano mai tornati, fungendo da efficace spauracchio per le generazioni successive.
Durante le sue incursioni nelle Piane Ivara aveva salvato la vita a molti Ostron che avevano finito per venerarla, ed era stata quella manifestazione diretta di riconoscenza a farle sentire di combattere per qualcosa di autentico, assai più di quanto le fosse accaduto in anni di guerra senza quartiere contro i Grineer, o le squallide dispute coi mercenari Corpus. La guerra su vasta scala non era altro che un ridondante massacro fatto di mille campi di battaglia in cui non esisteva il senso di vittoria. Non riusciva a provare – lei come molti altri nel Clan dei Tenno, benché pochi fossero disposti ad ammetterlo – alcun senso di utilità se non quello della partecipazione alla lotta fine a se stessa. Non c’era in una missione compiuta più orgoglio di quanto non si potesse provare nei gesti automatici di una vita normale. Sterminare pattuglie, violare archivi dati e distruggere astronavi non era diverso dal lucidare la canna di un fucile, o tenere ordinata e pulita la propria navicella. Esattamente come gli Ostron che non provavano particolare entusiasmo alla pesca di un goopolla di quaranta chili, perché si doveva mangiare tutti i giorni, e nemmeno pescare il pesce più grosso dell’oceano sarebbe stato un successo definitivo contro la fame.
Per quanti Grineer venissero uccisi, le loro fabbriche di cloni continuavano a produrne altri e per quante venissero distrutte, altre fabbriche spuntavano con la medesima velocità: il Sistema ne era infestato, in ogni pianeta, satellite e astronave. Ci sarebbe voluto un esercito di centomila Warframe per arrecare un danno significativo all’Impero Grineer, e ci sarebbero comunque voluti decenni per spazzarli via. A che scopo poi, se non quello di lasciare il Sistema in mano ai Corpus. Passare da una dittatura militare di cloni a malapena umani ad una tecnocrazia di mercanti e mercenari interessati solo al denaro e alla progressiva trasformazioni da uomini a macchine, non sembrava una gran miglioramento.
Negli anni trascorsi a lottare per Lotus Ivara non aveva mai potuto scorgere nemmeno l’ombra dei suoi piani, ed era avvilente il modo in cui il Clan dei Tenno combattesse una guerra cieca senz’altra motivazione oltre alla rabbia per eventi che a malapena ricordavano, senza una chiara percezione della verità e del loro passato.
Come tutti gli altri, Ivara aveva venerato e amato Lotus come una madre benevola, senza mai riceverne più verità di quanta Lei decidesse di offrire, e quante verità erano nascoste e quali manipolate allo scopo di continuare la guerra? Ivara non era stata tra i primi ad essere risvegliata, ma si era accorta come nel giro di pochi anni l’esercito Grineer crescesse nonostante le pesanti perdite inflittegli dal Clan. Li aveva visti raggiungere settori del Sistema prima sgombri, e produrre guerrieri sempre più robusti e resistenti, come la reazione immunitaria di un gigantesco organismo contro il virus dei Waframe risvegliati. L’odio e la repulsione verso i Grineer l’avevano ispirata, ma alla fine Ivara s’era convinta che senza i Warframe il Sistema avrebbe mantenuto i suoi moderati ritmi di caos e schermaglie, ritmi che Lotus e il Clan dei Tenno avevano accelerato.
Adesso si era lasciata coinvolgere di nuovo. Ma quel nuovo Excalibur non doveva il suo risveglio a Lotus, e chissà che la salvezza ottenuta grazie a due esuli non gli mettesse un po’ di sale in quella zucca ancora vuota, spingendolo a doversi fare delle opinioni prima di schierarsi.
Invisibile, Ivara se ne stava ora appollaiata sul relitto di un’antica astronave pietrificata, i torrenti stagionali avevano ammassato terra e ciottoli facendone una piccola collina da cui un’appendice aerodinamica svettava come il tronco di un albero senza rami, verdastra per l’ossidazione e gli strati di licheni. Da lassù poteva osservare i movimenti delle pattuglie Grineer nel raggio di quattrocento metri. Scoccò un paio di frecce esca per farli dividere in gruppi, ma continuavano a sbarcare in forze accompagnati da sempre più robuste cannoniere, scortate dai motospeeder dargyn che sciamavano sugli acquittrini a caccia del fuggiasco Excalibur.
Ivara lasciò montare la rabbia ed avvicinare i Grineer ancora ciechi al suo corpo invisibile, poi incoccò una freccia teleguidata e si raccolse in meditazione per pilotarla: la freccia volò radente al suolo, scivolando tra i fili d’erba in un’ampia curva ad aggirare il nemico, la fece vorticare due volte su ste stessa in attesa che i nemici si allineassero su una direttrice, poi la lasciò libera di terminare la sua corsa. La freccia trafisse in ascesa i primi tre bersagli, mozzando le gambe al primo, il costato al secondo e la testa al terzo, per poi infrangersi sul mastodontico zaino lanciamissili d’un bombard.
L’esplosione squarciò l’intera pattuglia Grineer, uccidendone una decina e mutilandone altrettanti, ma la fiammata s’era propagata in una bolla di calore micidiale che azzerò il sistema di occultamento di Ivara. Le armi automatiche tuonarono come tamburi a intercalare le bestemmie dei Grineer. Ivara volteggiò in mezzo ai soldati, roteando l’arco come una mazza. Riattivò il sistema di occultamento ma i fumi azzurri di radiazioni Void, crescenti al calar del sole, disturbavano la mimetizzazione rendendola uno sfrigolante spettro in movimento. Meglio così, dal momento che la sua sagoma lampeggiante qua e là scatenava le armi dei Grineer che sovente si trucidavano nel fuoco amico. Erano davvero in troppi per sperare di ucciderli tutti ma Ivara li aveva attirati lontani dall’accesso nascosto per Cetus. Finalmente avvistò il fiume e vi si diresse scoccando frecce alle sue spalle mentre i proiettili le rimbalzavano addosso azzerando i suoi scudi.
I vapori radioattivi sgorgavano ormai copiosi dal suolo rendendo i sistemi d’occultamento inservibili. Ivara si arrampicò su una scogliera dove la dura pietra offrì riparo e sollievo dai fumi, gli scudi risalirono lentamente ma la sua corazza era stata danneggiata. I naniti avevano bisogno di tempo per rigenerarsi e questo i Grineer lo sapevano, le si sarebbero riversati addosso in un’ondata suicida, lasciando che le prime linee venissero trucidate solo per azzerare le sue difese, poi i bombard avrebbero finito il lavoro. I Grineer combattevano fino all’ultimo uomo, carne da cannone dal primo all’ultimo, forti della quantità più che della tattica: nessuna ritirata, nessuna prudenza per portare a casa la pellaccia. Non si demoralizzavano, non provavano paura, sapevano solo avanzare. Non c’era scelta: Ivara doveva sfoltirne le fila con un attacco diretto, frecce precise sui bombard, lasciandosi circondare e colpire dai soldati semplici per poi liberarsene usando l’arco come spada. Scivolò sul pendio roccioso quanto più possibile alla larga dai vapori radioattivi e passò all’attacco. In men che non si dica fu circondata, lasciò che i soldati semplici le scaricassero addosso interi caricatori, concentrandosi per scagliare frecce negli interstizi sempre più stretti della massa di corpi, per raggiungere i guerrieri pesanti in seconda linea. Il suo scudo d’energia si disgregò definitivamente, sulla corazza si aprivano buchi che i naniti non riuscivano più tamponare.
Sul pelo dell’acqua Ivara intravide lo svolazzare d’insetti vomvalyst, le restavano poche frecce ma provocarli era l’unico modo di salvarsi. Con la prima freccia mancò il bersaglio, il suo braccio era ormai un colabrodo, la muscolatura sintetica sfilacciata e grondante plasma piezoelettrico. Puntò dritta sui vomvalyst, spingendosi sulla riva del fiume, l’acqua radioattiva interferiva coi sistemi annebbiandole la vista, incoccò un’altra freccia e stavolta l’insetto esplose. I vomvalyst erano ibridi biomeccanici, una qualche mutazione dovuta all’inquinamento delle astronavi Orokin precipitate sulle Piane durante la Vecchia Guerra, e i loro corpi erano percorsi da una lieve carica d’energia Void. Come spiritelli, quando uccisi le loro anime venivano risucchiate verso la più grossa fonte di energia nelle vicinanze. Così mentre gli altri insetti le correvano incontro per attaccarla, Ivara seguì la scarica d’energia di quello ucciso che fuggiva in direzione opposta. Con le residue forze rimaste balzò sulla sponda opposta del fiume, una raffica di colpi dei Grineer – ormai vicinissimi – fece collassare i suoi sistemi e il balzo finì in una caduta rovinosa. Usò le residue forze per lottare coi vomvalyst che si accanivano come vespe infuriate, riuscì a ucciderne altri due, gli spiritelli elettrici guizzarono verso il centro del fiume, ad una decina di metri dal Warframe ormai inerme.
“Svegliati” supplicò Ivara mentre perdeva conoscenza “avanti… svegliati!”



#4
Quinto_Moro

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Salve, vorrei segnalare che il racconto su Warframe sta continuando a crescere.

Nelle mie intenzioni originarie, la storia sta avvicinandosi al culmine.

Ho progressivamente aggiustato gli elementi del racconto per renderlo compatibile il più possibile con il lore e la storyline ufficiale, senza creare storture e farne una sorta di "prequel" ma anche di racconto per tutte le stagioni, che possa adattarsi al gusto di ogni giocatore e, più in generale, di ogni lettore di fantascienza.

 

Spero di avere nuovi lettori e come sempre attendo eventuali commenti.



#5
Ciobo

Ciobo
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Troppa trama

#6
Quinto_Moro

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Troppa trama

 

Lo prendo per un complimento, anche se l'intento non era quello.






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